ra
le più belle pagine del francescanesimo primitivo,
non c’è n’è forse nessuna che superi
in celebrità quella del “Dialogo della vera e
perfetta letizia”
(I Fioretti, cap. VIII).
Si tratta di un dialogo avvenuto tra San Francesco e frate
Leone. Probabilmente si deve anche a questo, che Leone sia
il più universalmente conosciuto tra i compagni del
Santo assisiate.
Negli archivi sono piuttosto esigui i dati biografici che
lo riguardano: probabilmente era oriundo del contado di Viterbo;
fece il suo ingresso nell’ordine dopo il 1212 (molti
sostengono, invece, nel 1210); morì in Assisi nel 1271.
Gemelli afferma che fu il più semplice e puro tra i
compagni di San Francesco; Cuthbert sostiene che Leone ebbe
l’anima di un bambino; Fortini lo ricorda come “il
più umile e il più mite dei discepoli del Santo”.
Per questa sua mitezza, Francesco lo battezzò come
“Pecorella di Dio”, e, nella definizione del vero
frate minore lo propose come modello di “semplicità
e purità”.
Frate Leone fu un colto sacerdote, oltre che un abile calligrafo
e scrittore. Francesco lo scelse come suo segretario e confessore,
e per questo duplice titolo si può affermare che egli
conobbe il Poverello come nessun altro, “di fuori e
di dentro”: “Francesco lo teneva al corrente di
quasi tutti i suoi segreti”; e nessuno come frate Leone
sperimentò l’allegrezza e la meraviglia di conoscere,
nel suo insieme e nei particolari, la santità del “Giullare
di Dio”.
Secondo Sabatier, questa confidenza tra i due avrebbe avuto
origine dalla loro amicizia giovanile, prima della conversione
di Francesco. Ci sarebbe allora da riferire a Leone (con non
poche riserve) il seguente paragrafo del Celano: “Vi
era ad Assisi un giovane, che egli amava più degli
altri. Poiché era suo coetaneo e l’amicizia pienamente
condivisa lo invitava a confidargli i suoi segreti, Francesco
lo portava con sé in posti adatti al raccoglimento
dello spirito, rivelandogli di aver scoperto un tesoro grande
e prezioso. L’amico, esultante e incuriosito, accettava
sempre volentieri l’invito di accompagnarlo” (I
Cel., n. 6).
Non c’è dubbio, comunque, che il Santo “molto
l’amava e quasi ogni suo segreto gli rivelava”;
per questo Wadding lo considera come “il più
amato da Francesco”.
Quando, all’inizio dell’Ordine, Francesco mandò
Rufino con le sole brache a predicare in una chiesa di Assisi,
e salì poi egli stesso alla città, conciato
in quella foggia, condusse con sé frate Leone, facendogli
portare i vestiti di entrambi. E i due salirono alla città,
entrarono in quella chiesa, Rufino e Francesco predicarono
seminudi, Leone diede quindi loro gli abiti perché
si vestissero (cf.
I Fioretti, cap. XXX).
E sempre con Leone, nel 1213, Francesco si recò nel
castello di Montefeltro, a predicare nel bel mezzo di “un
grande convito e corteo per la cavalleria nuova d’uno
di quelli conti di Montefeltro” (cf.
Della
prima considerazione delle sacre sante Istimate).
La fiducia che il Poverello riponeva in Leone era smisurata,
conseguentemente non sorprende affatto vederli insieme nel
loro peregrinare apostolico per il mondo, a volte, insieme,
in momenti deliziosi. Come Francesco, nel giungere alla Verna,
ripeté il poetico prodigio di Cannara, conversando
con le “sirocchie e fratelli uccelli”; o quando
Francesco e un usignolo gareggiarono in un lungo certame canoro,
per vedere chi dei due lodasse più e meglio il Creatore.
Altre volte Francesco lo sceglieva come suo uomo di fiducia,
per missioni delicate o importanti. Un giorno, ad esempio,
lo incaricò - insieme a frate Masseo - di trasmettere
al turbato frate Riccerio alcune parole di tenera amicizia,
con le quali egli riacquistò la pace. Più notevole
- di grande importanza per il buon andamento dell’Ordine
- fu quest’altra circostanza: nel tentativo di porre
finalmente fine a dissapori e dissensi, nel 1223 prese con
sé frate Leone e frate Bonizio da Bologna, si ritirò
con loro nell’eremo di Fontecolombo, e compose, con
il loro aiuto, la Regola definitiva, o Regola
bollata, approvata poi dal papa. E quando Cristo
e la Vergine gli apparvero alla Porziuncola e gli concessero
lo straordinario privilegio del “Perdono di Assisi”,
prese subito con sé frate Leone e si recò a
Perugia, dove era la corte pontificia, perché il papa
gli confermasse quel privilegio. Uno dei testimoni più
qualificati di questa indulgenza è precisamente frate
Francesco da Fabrione, che citò come prova principale
il nostro frate Leone, da lui conosciuto quando entrò
nell'Ordine: “gli disse frate Leone che aveva udito
lui stesso da Francesco - nel suo dialogo mistico con Cristo
e la Vergine - come aveva ottenuto questa indulgenza”.
Alla fine, quando il corpo di Francesco era già ridotto
da vivo a una spoglia umana, affidò la cura della sua
persona a quattro dei suoi più intimi compagni, che
egli amava di singolare amore, e uno di essi fu frate Leone.
La Vita dice che si lasciava curare da lui come “dal
suo più cordiale amico”, permettendogli di toccare
le sue sacre stimmate quando gli cambiava le bende macchiate
di sangue: era questo per frate Leone un rito gioioso e doloroso
insieme - osserva Gemelli -, che lo faceva sprofondare d’umiltà
davanti al suo penitente.
Francesco, pur badando gelosamente che nessuno s’accorgesse
del privilegio delle sue stimmate, arrivò a compiere
questo gesto di estrema delicatezza: una volta pose e trattenne
amorevolmente la propria mano piagata sul cuore di frate Leone;
questi ne provò tale delizia spirituale che, al colmo
dell’ammirazione e dello stupore, proruppe in singhiozzi.
E nella sua agonia, pur essa meravigliosa, fu a frate Leone
e a frate Angelo Tancredi che Francesco chiese di intonare
il Cantico delle Creature, nel quale inserì e inaugurò
l’ultima strofa, quella composta sul momento per “Sorella
morte”!.
Se di così pura qualità fu l’amicizia
del Poverello serafico con frate Leone, non minore fu la stima
di questi per il suo padre spirituale: stima e affetto avvolti
ed esaltati nell’ammirazione per la sua eccelsa santità.
Il nostro frate “Pecorella” aveva, infatti, una
tale stima per il suo maestro che, a quanto affermava in confidenza,
non avrebbe in alcun modo potuto vivere senza di lui. E quando
alcuni consideravano le virtù dei Santi, ancor vivo
Francesco, egli diceva: “Carissimi, tutti i santi sono
grandi, ma non è dei minori il nostro santo padre Francesco”.
Di quest’amore di predilezione che il Giullare di Dio
gli professava, frate Leone non fu geloso - prova della sua
maturità psicologica e spirituale -, pur arrivando,
in realtà, a qualche piccola bizzarrìa. Ebbe
le sue prove ulteriori, e Francesco le indovinava, quasi vedesse
riflessa la sua anima nel cristallo della sua schiettezza;
il suo silenzio sofferente era un’invocazione perché
Francesco lo aiutasse. E questi una volta, per incoraggiarlo,
gli scrisse una lettera piena di tenerezza: è la famosissima
Lettera a frate Leone, conservata, ancor
oggi, come preziosissima reliquia, nel duomo di Spoleto.
Questo biglietto fu, per frate Leone, l’autenticazione
della libertà evangelica, la letizia della sua libertà
francescana.
E’ d’obbligo, al fine di conoscere l’identità
di Leone, citare alcuni fra i più salienti episodi
della sua vita, ad iniziare da quello che potrebbe essere
intitolato: “Mattutino senza breviario”.
La povertà del convento in cui abitavano Francesco
e Leone era tanta che non c’era neanche un libro con
il quale recitare l’Ufficio. Una notte, nell’alzarsi
per pregare all’ora di mattutino, Francesco disse a
frate “Pecorella”: “ ‘Carissimo, non
abbiamo breviario per recitare mattutino. Ma per occupare
lo stesso questo tempo nelle lodi del Signore, m’è
venuto in mente questo: io ti indicherò quello che
tocca dire a te, e tu guardati bene dal cambiare una sola
sillaba. Io dirò: Oh frate Francesco, tu hai commesso
tanti peccati nella tua vita mondana, che sei degno dell’inferno!.
E tu risponderai: Proprio così: hai meritato di precipitare
nel più profondo dell’inferno’ ”.
Ma, nonostante le assicurazioni e le proteste d’obbedienza,
frate Leone non riusciva a dire altro che: “O frate
Francesco, Iddio ti farà tale, che tra i benedetti
tu sarai singolarmente benedetto”, o frasi simili.
Francesco, “dolcemente adirato e pazientemente turbato”,
lo rimproverava ripetutamente della disobbedienza, ma frate
Leone, infine, rispose: “Si, padre! Dio si compiacerà
di te. Più ancora, ti concederà una grande grazia,
e ti esalterà e ti glorificherà per l’eternità,
perché chi si umilia sarà esaltato. E non posso
dire diversamente, poiché è Dio che parla per
bocca mia”.
Da sottolineare che in questa contesa, animata dall’amara
compunzione dell’uno e dalla esaltata e divina replica
dell’altro, i due rimasero a vegliare fino all’alba
(cf. I
Fioretti, cap. IX).
Annota Gemelli che quella notte la semplicità colombina
di frate Leone l’ebbe vinta sull’umiltà
del Santo. Per il nostro frate Leone fu una duplice vittoria:
quella di superare il suo maestro, e quella di diventare il
salmista dell’immensa gloria che gli preparava il Signore.
Gioire come un bimbo, esultare come un profeta che annuncia
la più grande fortuna.
Si può continuare a cantare la letizia di frate Leone
col candore dei Fioretti e per mezzo di visioni. Non si dimentichi
che, da buon discepolo del Poverello, Leone fu un autentico
contemplativo, come sottolineano I
Fioretti, cap. XXXVI.
Una delle più belle pagine della vita di frate Leone,
e, come già accennato, di tutta la vicenda francescana
delle origini, è senza dubbio quella del “Dialogo
della vera e perfetta letizia” riportata ne I
Fioretti, capitolo VIII.
Gemelli ritiene il suddetto un dialogo stupendo, nel quale
la teoria paolina della Croce viene celebrata con elevatezza
poetica; Fortini dichiara che “era l’ammaestramento
della Regola, secondo il Vangelo: amare tutti, anche coloro
che ci odiano, ci avviliscono, ci disprezzano.
Frate Leone sarà accanto a Francesco anche nell’ora
della più alta vetta mistica del Poverello: il suo
diventare come Cristo sul monte della Verna.
Nell’estate del 1224, infatti, Francesco realizzò
finalmente il desiderio di ritirarsi su quella elevata, rupestre
e selvosa solitudine, che gli aveva regalato il conte Orlando,
il quale gli aveva là preparato un eremo, col suo oratorio
e le sue piccole celle, tutto semplice e povero, come piaceva
a Francesco, e s’era impegnato a fargli avere il cibo
necessario. Il Santo assisiate prese con sé tre dei
suoi più amati compagni; tra essi, quello di maggior
fiducia: Leone, suo segretario e confessore. Pochi giorni
dopo esservi giunto, decise di celebrare una quaresima, iniziandola
il 15 agosto, in onore dell’Assunta, per terminarla
nella festa di San Michele, un’altra delle sue grandi
devozioni.
Decise pure di trascorrere quel tempo in assoluta solitudine;
solo frate Leone avrebbe potuto avvicinarsi, per portargli
un po’ di cibo e per recitare con lui “mattutino”.
Conseguentemente, tutto il prodigio di San Francesco alla
Verna fu anche una relazione eccezionale tra il Poverello
e frate Leone. Non solo per quel privilegio di essere l’unico
a provvedere a lui e ad essere suo compagno di preghiera.
Frate “Pecorella di Dio”, nella sua fervida semplicità,
non si accontentava di questo. Intuiva che il suo “Santo
amico” riceveva comunicazioni e consolazioni meravigliose
dal Signore; così lo spiava come poteva, avvicinandosi
di nascosto. Lo vedeva e lo udiva parlare con Dio, lo contemplava
nelle sue estasi, come avvolto in un alone celestiale.
A volte il Poverello, messo in guardia dallo scricchiolìo
dei suoi passi sulle foglie secche, lo sorprendeva in quel
curiosare proibito, ed esclamava in tono imperativo: “Chiunque
tu sia, ti ordino, per il potere di nostro Signore Gesù
Cristo, di fermarti e di non avanzare di un sol passo”.
E frate Leone, tremando, rispondeva: “Sono io, padre”.
E il Poverello, con un rimprovero serio e affettuosamente
materno, replicava: “Ritorna però alla tua cella,
frate “Pecorella”, con la mia benedizione, e stai
bene attento a non tornare a sorvegliarmi”.
Ma il confessore di Francesco, su questo punto, era impenitente.
Grazie a lui conosciamo alcune rarità mistiche che
precedettero o seguirono il miracolo delle stimmate. Il prodigio
come tale, però, avvenuto nel giorno dell’Esaltazione
della Croce, rimase un segreto tra Cristo, Serafino alato
e gloriosamente crocifisso, e questo serafino di Assisi, che
Egli volle crocifisso con sé, concedendogli quello
che tanto aveva bramato, e chiesto.
Da quel sublime momento, anche per il nostro frate Leone,
finché visse Francesco, la vita si trasformò
in una letizia post-pasquale, pur senza smettere di camminare
lungo la “strada della croce”. Non fu differente,
anche in questo, dai discepoli, che conobbero Gesù
di Nazaret!.
Proprio in quei giorni frate Leone stava attraversando una
delle sue crisi angosciose. Ancora una volta fu Francesco
ad alleviargliela. Infatti, ancora inebriato della sua unione
mistica a Cristo crocifisso, chiese al suo segretario penna
e pergamena; questi di propria mano - tremante per l’ineffabile
emozione - scrisse quel documento meraviglioso sulla più
alta esperienza umana con la divinità; strofe di fuoco,
nella quali esplose il vulcano del cuore cristificato di Francesco:
trattasi delle Lodi
di Dio altissimo!
Il Santo assisiate compose questo suo originale salmo mistico,
poi, con l’inchiostro ancora fresco, in un gesto di
eccezionale fiducia, lo regalò a frate Leone, volendo
cambiare in serenità e in giubilo l’inquietudine
che tormentava l’amato suo compagno.
Fece di più: glielo dedicò, aggiungendo sul
rovescio della pergamena, per lui, la benedizione che Mosè
ed Aronne, per ordine del Signore, davano ai figli di Israele
(Benedizione
a frate Leone).
Frate “Pecorella”, forte di quella minuscola pergamena,
dovette provare un’emozione ineffabile!
Giunse l’ora di scendere da quello che era stato insieme
Calvario e Tabor, e fu un’altra intima soddisfazione
personale di frate Leone. Francesco lasciò sulla cima
i frati Masseo e Angelo, e scelse frate “Pecorella”
come compagno del suo lungo viaggio fino alla Porziuncola.
Prima, però, volle dare l’addio a quell’Altare
Maggiore della sua vita con un rito originale. Mostrò
a frate Leone una grande pietra, parlò con essa esultando
intimamente, secondo il suo stile poetico, rivolgendole alte
e fervide lodi, e poi disse al suo segretario: “Frate
Pecorella, lava questa pietra con acqua”. E frate Leone
la lavò con acqua. E Francesco gli disse: “Frate
Pecorella, lavala con vino”. E frate Leone la lavò
con vino. E Francesco tornò a dirgli: “Frate
Pecorella, adesso lavala con olio”. E frate Leone cercò
dell’olio e la unse con esso. E Francesco gli ordinò
un altro lavaggio: “Frate Pecorella, lavala per ultimo
con un unguento profumato”. Questa volta frate Leone
lo guardò con stupore e gli rispose: “Ma, come
trovare qui questo profumo?”.
Allora Francesco concluse il rito con spiegando: “Sappiti,
frate Pecorella di Dio, che questa è la pietra sulla
quale si è seduto il Signore, una volta in cui mi è
apparso!”.
La pietra si conserva ancor oggi, nella cosiddetta “cella
del faggio” della Verna.
Francesco e Leone, scesi dalla sacra montagna, presero la
strada per Assisi.
Per i due viandanti furono giornate ineffabili, quali non
ce ne sono state per altra coppia: Chisciotte precoce e precoce
scudiero di un idealismo divino.
Giunsero ad Assisi. E giunsero anche, a due anni di distanza
- durante i quali frate Leone non lasciò mai il Santo
-, gli ultimi giorni di Francesco.
Frate Leone non voleva separarsi dal suo fianco. Nel suo santo
affetto gli venne anche una voglia capricciosa. Egli, che
“non poteva vivere senza di lui”, avrebbe dato
la vita pur di avere in eredità la tonaca del suo padre
e maestro. Quel desiderio si leggeva negli occhi, e ancora
una volta, l’intuitivo e amorevole Francesco lo indovinò.
Lo chiamò e gli disse: “Questa tonaca è
tua. Ti prego solo di lasciarmela finché vivo”.
Frate Leone gliela lasciò di tutto cuore, con la gioia
incontenibile di chi sapeva che era ormai sua, che aveva già
assicurata l’eredità più ricca!
Come descrivere la separazione mortale di quelle due vite,
trascorse tante volte insieme? Dolore inconsolabile, gioia
indicibile, santo orgoglio che Francesco fosse stato per lui
quello che era stato.
Più e meglio di quella povera tonaca testamentaria,
frate Leone ereditò la vita intera di Francesco d’Assisi,
divenuta memoria ed emozione, immagini palpitanti che non
sarebbero appassite mai.
Per fortuna, grazie a lui e a Salimbene, ci resta anche questa
fotografia del suo cadavere: “Secondo quanto mi ha detto
frate Leone, suo compagno, che era presente quando lo lavavano
per la sepoltura, sembrava realmente, già morto, un
crocifisso che avessero deposto dalla croce”. E la Vita
ci assicura che lo stesso frate Leone lo vide, “esultante
e splendente, con certe ali dal piumaggio brillantissimo,
e con artigli come d’aquila, ma luccicanti come l’oro
brunito”. Divenuto un altro serafino alato, riflesso
di quel Serafino di fuoco che sulla Verna, stando là
con lui, lo aveva trasfigurato in un altro Cristo, con le
sue gloriose trafitture.
Dopo la morte di Francesco, frate Leone, contrapponendosi
a frate Elia, da “Pecorella del Signore” si trasformò
in un autentico “Leone”.
L’Ordine, dopo la morte del suo fondatore, si divise
in due correnti: quella degli zelanti, più tardi detti
Spirituali, che accettavano alla lettera la Regola e il Testamento
del Santo, non ammettendo modificazioni, né concessioni
pontificie, e quella di coloro, più tardi detti Conventuali,
che ritenevano incompatibile l’osservanza “stretta”
della povertà con l’evoluzione storica dell’Ordine.
Portabandiera della prima corrente fu frate Leone; capo della
seconda fu, indiscutibilmente, frate Elia. Impossibile, oggi,
fornire giudizi imparziali sull’uno o sull’altro;
senza dubbio alcuno, Elia e Leone risultarono, al tempo stesso,
attori e vittime di quella confusione prodotta dal vortice
delle passioni.
Intanto, nel 1246, frate Leone, in compagnia di Angelo Tancredi
e Rufino, si “rifugiò” nel “poverissimo”
romitaggio di Greccio, intento a raccogliere, su ordine dell’allora
Ministro generale Crescenzio da Jesi, le proprie memorie sui
“segni e prodigi del beatissimo Padre Francesco”
(famosissima la cosiddetta “Lettera di Greccio”,
che accompagna dette memorie, note come i “Rotuli di
frate Leone”). Immaginabile l’emozione avuta dai
tre “fedelissimi” compagni del Santo nel ricordare
e scrivere le meravigliose vicende, che caratterizzarono la
vita del loro maestro Francesco .
Il discepolo sopravvisse al Poverello serafico per quarantacinque
anni, gli stessi che aveva Francesco alla sua morte. Davvero
una lunga attesa per chi non poteva “vivere senza di
lui”!
“Colmo di giorni, tutti utilissimamente spesi in ogni
forma di santità, s’addormentò nel Signore”.
Frate Leone morì il 15 novembre del 1271 ad Assisi,
presso la Porziuncola, là dove aveva avuto inizio la
sua vita evangelica, a cinquantanove anni da quell’indimenticabile
“prima volta”. E fu sepolto dove meno l’avrebbe
pensato e voluto: nella grande basilica di cui aveva tenacemente
avversato la costruzione. Ma era quello il posto d’onore
a questo cavaliere della “Tavola Rotonda”, schietto,
leale e lottatore. Con pieno merito, uno dei quattro che fanno
la guardia d’amore ai resti immortali del Poverello.
Liberamente tratto da D. ELCID CELIGUETA: “I
primi compagni di San Francesco” E.M.P. 1995, pp. 131-155.
Per ulteriori notizie su frate Leone (oltre ad una
ricchissima bibliografia contemporanea) vedere:
Chronica XXIV Generalium, Bartolomeo da Pisa (De
conformitate), Giacomo Oddi (La Franceschina),
Mariano da Firenze (Compendium), Luca Wadding (Annales),
Marco da Lisbona (Cronaca), Rodolfo da Tossignano
(Historiarum), Francesco Gonzaga (De origine),
L. Jacobilli (Vite).
Inoltre:
Frate Leone, compagno di San Francesco: Lettera di
Greccio; I Fioretti, cap. XXX; Della prima considerazione
delle sacre sante istimate.
Frate Leone e la perfetta letizia: I Fioretti, cap.
VIII; cf. Fonti francescane, par. 278.
Frate Leone e il singolare mattutino: I Fioretti,
cap. IX.
Frate Leone e la composizione della Regola: Leggenda
perugina, n. 113; Specchio di perfezione, n. 1.
Frate Leone e le stimmate di San Francesco: Della
seconda considerazione delle sacre sante istimate; Della terza
considerazione delle sacre sante istimate; Della quarta considerazione
delle sacre sante istimate.
Frate Leone e il biglietto inviatogli da San Francesco:
cf. Fonti francescane, parr. 249-250.
Frate Leone e la benedizione autografa di San Francesco:
cf. Fonti francescane, par. 262; II Cel. n. 49; III Cel. n.
3; Leg. maior, cap. XI, n. 9; Della seconda considerazione
delle sacre sante istimate.
Frate Leone ottiene la tonaca di San Francesco: II
Cel., n. 50.
Frate Leone e San Francesco, dalla Verna, ritornano a
Santa Maria degli Angeli: Della terza considerazione
delle sacre sante istimate.
Visione di frate Leone: Della quarta considerazione delle
sacre sante istimate.
Dubbio di frate Leone: Della quarta considerazione
delle sacre sante istimate.
Frate Leone accanto a San Francesco morente: II Cel.,
n. 217; Leggenda perugina, n. 100.
Frate Leone presente alla morte di Santa Chiara:
Leggenda di Santa Chiara, n. 45.
Frate Leone e la sua lotta per la povertà:
Leggenda perugina, n. 116; Specchio di perfezione, n. 52;
I Fioretti, cap. XXXVI.
Frate Leone e la lettera di Greccio: cf. Fonti francescane,
parr. 572-577.
Paolo Rossi
paolo.r@sanfrancescoassisi.org